“Siamo ormai a livelli di allarme nella diagnosi di disturbi dell’apprendimento – spiega la dottoressa Daniela Lucangeli, presidente del Cnis, professore ordinario di psicologia dello sviluppo e dell’educazione e prorettore dell’università di Padova- ù

bisogna distinguere tra patologie e difficoltà. Manca il raccordo tra la ricerca e il mondo dei non specialisti e questo crea problemi, si tratta di interrompere informazioni non adeguate che i non specialisti ricevono quando i figli fanno fatica a scuola. Per questo è particolarmente importante questo congresso”.

In sostanza c’è una sorta di corsa alla diagnosi?

Sì, c’è questo rischio perché fa comodo a tutti dare una diagnosi. C’è invece bisogno di capire quando si tratta di  disturbo vero e proprio e quando di difficoltà: i genitori vanno aiutati a non confondere sintomi simili e cause, conseguenze e bisogni diversi. Bisogna riconoscere la patologia ma non patologizzare ciò che è educabile, e non si possono subire condizionamenti perché si rischia più di quanto si aiuti.

Si patologizza di più per scarsa conoscenza o per  convenienza?

Per entrambe. C’è bisogno di un’analisi più attenta e anche di una competenza più specifica nelle istituzioni scolastiche. D’altro canto però la situazione è complessa e di grandissima emergenza e siccome i sintomi sono simili si tende a semplificare. Questo congresso è lungo percorso di confronto col mondo dell’ educazione, ma anche un grido d’ allarme.

Quanti sono i casi in cui si tratta di veri e propri disturbi dell’apprendimento?

I disturbi dell’apprendimento non possono superare il 2,5 – 3% della popolazione. Questo secondo l’ Organizzazione Mondiale della sanità. Invece a scuola fanno fatica 5 bambini su  25: non è possibile . Quello che sappiamo senza alcun dubbio, è che in età plastica del cervello, dal nido fino all’università,  ci sono enormi possibilità di intervenire sulle capacità di apprendimento.

Non ci sono quindi più bambini con problemi rispetto al passato?

Non è possibile. Perché sono fattori che hanno a che fare con aspetti biologici dell’ organizzazione cervello. Se se ci sono 5 bambini con disturbi dell’apprendimento in una classe dovrebbero essercene  anche 5 di eccezionali … Ma è possibile implementare le  potenzialità individuali, basta sapere come si fa. Ecco perché è importante creare un ponte tra ricerca e scuola.

Come si  distinguono i disturbi patologici dalle difficoltà nell’apprendimento?

Il disturbo patologico c’è fin dalla nascita ed è persistente. Per distinguere con chiarezza il disturbo dalla difficoltà si valuta la resistenza al trattamento: nella difficoltà strategie giuste di insegnamento migliorano significativamente la capacità di apprendere, mentre nel disturbo persiste una condizione non adeguata alle caratteristiche dell’età.

Quando il bimbo ha un problema di apprendimento il genitore si preoccupa e pensa subito allo specialista. Quali sono i passi giusti da fare in questi casi?

La legge dice che scuola deve fare il meglio per ottenere il successo formativo, cioè anche chiedere aiuto a specialisti. Ma la prima richiesta va fatta alla scuola, ed è quella di modificare le strategie didattiche. Il primo passo del genitore non è andare subito dal neuropsichiatra, ma appunto valutare se il bambino modifica le proprie strategie al modificare delle strategie di insegnamento a scuola.

Lei dirige anche il centro regionale per bimbi con difficoltà di apprendimento, cioè non patologici. In quanto tempo si ottengono miglioramenti? E come fare perché questa sia un’opportunità per tanti?

L’80% dei bambini migliora significativamente con 20-30 ore di trattamento didattico specializzato. L’accademia mondiale dello Iard (accademia sulle difficoltà dell’apprendimento, ndr) terrà proprio a giugno a Padova il suo  congresso mondiale proprio per dare risalto scientifico ai nostri risultati che evidenziano come usando strategie didattiche si plasticizzano funzioni cognitive. L’obiettivo non è che siano centri esterni ad occuparsi di questo, ma che si faccia direttamente nelle scuole.

Lei al congresso terrà una conferenza magistrale sugli effetti rischiosi dell’ eccesso dei compiti per casa. Ma quando i compiti sono davvero utili?

Alle elementari i bambini già stanno a scuola molte ore, se i compiti li impegnano per più di un’ora o un’ora e mezza, non solo ne va della qualità del loro lavoro, ma la scuola brucia loro tutto il tempo di vita. E bimbi hanno bisogno cognitivo di gioco e di tempo a loro misura. Ovviamente l’apprendimento va stabilizzato a casa, ma se viene richiesto un approccio prestazionale questo renderà deboli le strategie intelligenti e stabilizzerà quelle ripetitive e quindi un apprendimento passivo e a breve termine. Per questo troppi compiti invece di essere utili sono rischiosi.

I genitori di bambini che invece non hanno compiti da fare si devono preoccupare?

Troppo fa male, niente anche. L’obiettivo dei compiti è assimilare ciò che si apprende a scuola e favorire l’autonomia nel metodo. Non c’è una ricetta, sta agli insegnanti misurare il carico quantitativo e qualitativo. Ma, in generale, diciamo che una mezz’ora almeno a casa sui libri non fa male, due ore sì.

Per i ragazzi più grandi la situazione è ancora più complessa. Ritiene che andrebbero insegnate strategie per fissare le informazioni e collegarle come la tecnica dei loci di Cicerone piuttosto che la conversione fonetica di Leibnitz?

Esistono vere e proprie strategie per l’ apprendimento attivo in modo che lo studente monitori la comprensione e fissi le informazioni variando strategia a seconda della materia. Sono meccanismi che evolvono naturalmente nello sviluppo, ma dipende da quanto la mente viene istruita a questo. Queste strategie bisogna insegnarle e chi lo fa ne vede i frutti. Ma se con tutte le ore che chiediamo ai ragazzi sui libri non ci sono risultati in proporzione, è evidente che qualche domanda dobbiamo porcela …

FONTI

  • Il Giornale di Vicenza, 30 marzo 2012, pag. 7