Fa parte della quotidianità degli psicologi spiegare alle persone che, sentirsi in ansia, sentirsi con l’umore a terra, non aver voglia di fare nulla, aver perso l’equilibrio temporaneo della propria vita, non equivale automaticamente ad avere un problema mentale, non si cronicizza sempre in patologia, non ci etichetta come “persone fragili”, come matti. Ormai per noi è un discorso che ci troviamo a fare (ancora) costantemente per far capire che un aiuto molto spesso serve per migliorare le condizioni della vita quotidiana e che tutti conosciamo queste sensazioni, emozioni, stati d’animo.

Penso che spesso ammettere di avere dei limiti, delle fragilità, dei problemi, non solo ci dà la consapevolezza di non avere quella perfezione che tanto inseguiamo ma, inoltre, ci mette in una condizione di bisogno dell’altro, che, udite udite, ci fa paura.

Non basto a me stesso, non risolvo tutto da solo, quello che ieri sbeffeggiavo, oggi mi fa paura; e quindi libero sfogo all’ansia, morale altalenante, sonno intermittente, nervosismo.

Non solo, come se non bastasse oggi siamo TUTTI in questa situazione; anche il mio amico ottimista, quello che mi tira su di morale, anche lui in quarantena e impaurito, anche lo psicologo che di solito cerca di aiutarmi a vedere le cose in un’altra prospettiva ora si trova nella mia stessa situazione.

Bene, che si fa?

E’ il momento giusto per sperimentare quello che sosteniamo sempre…. cioè che il nostro modo di pensare influenza le nostre emozioni e il nostro comportamento.

Pensare in maniera realistica in questo periodo significa dare un’alternativa a quei momenti catastrofici che sfiorano i pensieri di tutti (psicologi compresi) e rendersi conto, osservandoli e prendendone consapevolezza che sono tali. Osserviamo come e cosa pensiamo, ne abbiamo finalmente il tempo e poi parliamo con noi stessi e chiediamoci “questo pensiero è davvero razionale e realistico o posso vedere la cosa da un altro punto di vista?”

Sembra strano ma moltissime volte diamo ai nostri pensieri negativi un potere enorme; il pensiero non è l’azione, quello che generiamo col pensiero non accade in quanto lo abbiamo semplicemente pensato. Se pensiamo “non sarà mai tutto come prima” è solo un pensiero, averlo pensato non significa che questo accadrà. Miglioriamo il nostro dialogo interno.

Infine, siccome non siamo nati per bastare a noi stessi e stare da soli, rincorriamo la condivisione per farci forza, cantare dai balconi, video-chiamarci, continuare a sostenerci. E’ quando ci diciamo tutti che “Andrà tutto bene” è lì che emerge la parte più profonda di noi, quella che non vuole arrendersi, quella che vuole uscire fuori dal problema, quella che vuole farlo con gli altri e per gli altri. Quando saremo tutti usciti da questo problema dovremmo ricordarcelo…. dovremmo ricordarci che ne siamo usciti anche grazie agli altri, che anche se da soli e in quarantena abbiamo ricercato l’aiuto dell’altro, anche solo per condividere insieme un’ansia quotidiana accettandone la presenza. Magari il ricordo ci renderà limpido e chiaro il fatto che il chiedere aiuto in alcune situazioni è normale e che dall’altra parte c’è qualcuno che mi sta tendendo la mano…. E vedi mai che quel qualcuno qualche volta si chiama psicologo.